Ecco. Sono più di due settimane che non butto giù due righe. Non ho il tempo. Non ho lo spirito giusto. Tante cose sono successe in questi giorni. Alcune belle, altre bellissime, altre ancora traumatiche e, infine, altre ancora piuttosto impegnative. Tante cose che, alla fine, mi hanno allontanato da lei, la mia storia principe, ovvero il libro che verrà dopo 31 ottobre e a cui sto lavorando già da parecchio tempo.
Di che si tratta?
Si tratta di una storia ambientata nel diciottesimo secolo. Il personaggio principale è il comandante della
Justice, una fregata da 32 cannoni al servizio della marina reale d'Inghilterra. Una storia impegnativa che ho iniziato per due motivi. Il primo è la passione che ho per questo genere letterario (le avventure sui mari), il secondo è la sensazione di non aver dato tutto in
Sogno di Capitano. Il romanzo è a buon punto... beh, no, è a un terzo della sua completezza. La flotta ha appena salpato l'ancora per... ehi, ma state cercando di farmi raccontare i "segreti" di questo nuovo libro? Furbetti!
Ma visto che in questi giorni non riesco ad andare avanti, ho deciso di lasciarvi dare una sbirciatina. Eccovi quindi, il primo capitolo. E' la primissima stesura e potreste trovarci tanti strafalcioni... ma eccola comunque qui sotto:
Capitolo 1.Quando il capitano di vascello Arthur Hemmet aprì gli occhi la cabina era già invasa dalla rabbiosa luce del Sole mattutino. La Justice era costretta in quel tratto di mare già da diversi giorni. Il vento era latitante, il barometro intestardito ad indicare una zona di alta pressione, la flotta ferma ad osservare il cielo, le acque lisce come l'olio, e quella maledetta fregata spagnola, anche lei ferma, subito fuori dalla portata dei cannoni, che ostentava orgogliosamente la sua murata di dritta, con i portelli aperti e 32 bocche da fuoco pronte a sparare.
Si sollevò a fatica dalla branda, si stiracchiò guardando fuori dalla vetrata di poppa, e attese il suono della campana, il rintocco del cambio della guardia. Nel frattempo, proprio sopra la sua testa, i suoi uomini raschiavano il ponte di coperta e il castello dalla salsedine. Sentiva gli sbuffi di fatica, la sabbia raschiare sui legni, i lamenti del nostromo che continuamente dava dello scansafatiche ai marinai inginocchiati. Si mosse lentamente verso la robusta sedia rivestita di pelle che lo attendeva in un angolo della cabina. Raccolse la divisa di navigazione e cominciò a vestirsi. Desiderava ardentemente sciaquarsi il viso ma, il dovere gli imponeva di non concedersi il minimo vizio. L'acqua era preziosa, specie quella potabile. Non poteva sprecarla in quel modo. Lo doveva a se stesso, ai suoi uomini, all'intero equipaggio. Calzò gli stivali. Sbuffò. Chiamò il proprio famiglio con un urlo.
Il vecchio marinaio entrò di corsa nella cabina - Aye Sir, siete già alzato?
Il capitano grugnì debolmente - Non ancora, Edward. - disse - Ho bisogno di un caffé. Portami del caffé.
Il vecchio sorrise - Sarebbe che il cuoco ha appena preparato una cafettiera per i sottufficiali. Ve la porto subito.
- No, no. - disse il capitano fermandolo con un gesto della mano - Preferisco andare io. E' passato molto tempo dall'ultima volta che sono andato in mensa ufficiali.
- Aye Sir.
Lasciò uscire il vecchio Edwards, raccolse il proprio cappello, e si avviò seguendo i passi del suo famiglio. Non appena fu al di là della soglia venne aggredito dalla luminosità del cielo. Si difese con una mano e controllò l'orizzonte. Nemmeno una nuvola in circolazione.
Il nostromo, vedutolo uscire dalla cabina, gli corse incontro - Buon giorno capitano.
- Buon giorno Arthur.
Il nostromo era l'unico membro dell'equipaggio a poter chiamare il capitano per nome.Si conoscevano sin dal suo primo comando. Ormai venti anni erano passati. Un piccolo brigantino a palo chiamato Libeccio. Venti uomini di equipaggio, due sottufficiali e lui. Erano gli anni della guerra di corsa. Il Libeccio aveva l'incarico di controllare l'area attorno all'estuario del Tamigi, una zona molto battuta dai corsari, visto il grande numero di vascelli commerciali che trafficava quelle rotte. Una notte, il piccolo brigantino aveva incrociato la rotta di una flottiglia francese. Navi da venti e trenta cannoni da dodici pollici. Il Libeccio era equipaggiato con dodici bocche da fuoco da otto pollici. Impossibile fuggire. Impossibile sopravvivere. Uno scontro epico. L'unica fortuna del Libeccio era la piccola stazza, l'agilità, e un equipaggio ben addestrato. La fortuna di Arthur Hemmet fu la presenza di un marinaio con grande esperienza e nessuna paura nei confronti della autorità, al suo fianco. Joseph McMahan, irlandese dalla nascita, prese in mano le redini della situazione, copri l'inettitudine dei sottufficiali e permise al Libeccio di manovrare esattamente come da desiderio del comandante. Riuscirono ad affondare uno dei vascelli, lottarono con il pugnale tra i denti e, resistettero fino all'arrivo di due vascelli inglesi da 64 cannoni, attirati nella zona dai boati dei colpi di cannone. Da quel giorno, i due uomini di mare furono inseparabili, e la loro amicizia crebbe fino a diventare un legame di sangue.
- Buon giorno Joseph.
Il nostromo sorrise e guardò la cima dell'albero maestro - Ho una sorpresa per voi, questa mattina.
Il capitano alzò lo sguardo in automatico. Sorrise, abbassò lo sguardo e lo rivolse agl'occhi del suo compagno di navigazione - C'è abbrivio?
Il nostromo annuì - Ma stiamo facendo di tutto perché gli spagnoli non se ne accorgano. Abbiamo la prua puntata sulla loro murata di destra e non vorrei mai che fossero pronti a sparare, quando lei darà l'ordine di alzare le vele.
- Ben fatto. Continua così. - disse rimuginando tra se e se - Anzi, - aggiunse - manda un gruppo di uomini a riverniciare le murate. Devono credere che sto tenendo occupati gli uomini per evitare che diventino indisciplinati. Voglio che credano che su questa nave non ci siano molte prospettive favorevoli ad un mutamento del tempo.
- Sarà fatto, capitano.
- Bene. - Arthur si girò verso la nave spagnola - Certo che è una bella nave. Hai visto come è appoppata? Deve essere velocissima.
Il nostromo annuì - Si, un gran bel legno.
- Sarebbe un peccato colarlo a picco.
I due uomini rimasero in silenzio per qualche istante, contemplando le linee filanti del vascello nemico, poi, il capitano disse - Fa in modo che gli uomini siano pronti alla battaglia. Ordinerò al cuoco di non lesinare col pasto di oggi. Voglio che gli uomini combattano con la pancia ben piena.
- Si, signore.
Il capitano si allontanò e prese a discendere il boccaporto che si affacciava sul castello di poppa. Aveva bisogno di quel caffé. Aveva bisogno di parlare con i suoi ufficiali. Finalmente la situazione stava per avere una svolta.
La mensa ufficiali era una stanza di dimensioni discrete. Un robusto tavolo di quercia dominava al centro della stanza. Due panche lo accompagnavano sui fianchi. Un paio di credenze sulla parete in fondo, scortavano, una a destra, una a sinistra, l'ingresso che dava direttamente alle cucine. Sulle pareti di dritta e di sinistra si intravvedevano le aperture per le maniche a vento, sul soffitto, una lampada ad olio per illuminare l'ambiente.
Quando il capitano entrò nel locale, i pochi ufficiali presenti si alzarono immediatamente in segno di saluto. Lui li fece accomodare con un gesto della mano e si diresse verso le cucine. Lì, il cuoco stava controllando il bollitore per il caffé.
- Come siamo messi?
Il cuoco trasalì, non si era accorto dell'ingresso del capitano nella sua cucina - Capitano, si, capitano. - balbettò - Sarebbe che il caffé è appena fatto.
Arthur annuì soddisfatto e subito gli porse la gavetta che aveva preso da una credenza. L'aroma di caffé, non appena il bollitore fu sollevato dal fuoco, si sparse per l'ambiente. Il liquido venne versato al capitano che, subito lo trangugiò senza troppi complimenti - Questa inattività mi rende irrequieto - disse - fortuna che qualcosa sta cambiando.
- Ci sono novità, capitano? - Azzardò il cuoco.
- Si. - annuì - Avvisa il cuoco della ciurma. Voglio che gli uomini siano ben rifocillati, oggi. Forse ci sarà battaglia.
- Aye Sir! - annuì con gioia il cuoco. Anche lui non ne poteva più dell'attesa. Per di più le scorte cominciavano a scarseggiare e presto avrebbe dovuto imporre dei razionamenti anche agli ufficiali di bordo.
- Mi raccomando. Massima discrezione. Non voglio che gli spagnoli se ne accorgano prima del tempo. Non voglio fumo dai camini. Soffrirete un po' ma, non devono accorgersi che qualcosa è cambiato sulla Justice.
- Aye Sir!
- Bene.
Fece per girarsi per tornare nel locale mensa e, subito si accorse che gli ufficiali presenti lo stavano osservando con approvazione. Sorrise - Avete capito bene. Prima di notte ci sarà battaglia. Radunate tutti gli ufficiali. Li voglio nella mia cabina al decimo rintocco.
- Aye Sir!
- Aye Sir!
Gli uomini uscirono di corsa dalla mensa, ognuno diretto verso i propri settori, alla ricerca degli altri membri di comando della nave. Arthur si sedette, da solo, sulla panca. Sorseggiò un altro po' di caffé. Cominciò a disegnare nella sua mente un piano di battaglia. La posizione della flotta. La forza del vento. La posizione del vascello nemico. Le scorte di polvere da sparo. Molti erano i fattori di cui tenere conto. La strategia era fondamentale. In quel momento, per quanto immobile, il vascello spagnolo aveva il vantaggio di mostrare la murata alla prua della Justice. Sedici cannoni da dodici pollici puntati sulla sua nave, pressoché indifesa, se non per i due cannoni in caccia posti sul castelletto di prua. Dovevano assolutamente evitare la prima bordata nemica, sarebbe stata micidiale. Da questo dipendeva il successo dell'operazione.
...continua.Piaciuto? Spero di si. Ora vi lascio con una
piccola segnalazione. Anzi
due.